catalogo pericle

The catalogue (photograph rights by Hans Hinz) was published by ISTITUTO GRAFICO DE AGOSTINI, NOVARA supported by Peter G. Staechelin.

Some of the works from the Catalogue “LUIGI PERICLE, Dipinti e Disegni”, Istituto De Agostini 1965.

FOREWORD BY HERBERT READ :

“On a recent visit to Switzerland, I was invited to visit the studio of an artist whose work was unknown to me – LUIGI PERICLE. I went without great expectations because an unknown artist is so often unformed artist, or at best a talented amateur. I found an artist whose works imediately impressed me by their professional skill and strange beauty. Here evidently was an artist who had perfected his talent in stillness, and was using that talent to express a subtle perception of reality. Sometimes there was a vague suggestion of naturalistic forms, but form itself was established beyond phenomenal appearances, to represent some inner essence, some spiritual condition that can be represented only in the abstract harmonies of line and colour. A metaphysical art, therefore, but one that remains faithful to the sensous qualities of the material of the painter’s craft. LUIGI PERICLE was a mature artist whose work is highly appreciated in England and Switzerland; that it is not better known in other countries can only be attributed to the artist’s extreme modesty and long pursuit of an absolute beauty. “

 

Herbet Read

Introduzione di Eugenia Cosentino
Nella luce pacata e quieta della stanza Pericle pronuncia la massima del poeta Lu-Chi:
«L’arte  il mezzo per intrappolare terra e cielo nella gabbia della forma». Domando al pittore se le parole di Lu-Chi, antiche di diciassette secoli, possono ancora valere per la pittura del nostro tempo. La risposta giunge senza indugio: «Per la spiritualità nell’arte non c’e tempo. Essa sfugge alle leggi umane della caducità, non è mai vecchia e none mai nuova: e perché e essenziale; o, meglio, e il modo essenziale per esprimere la verità. Ogni altro tentativo di voler spiegare l’arte non e che un processo di intellettualizzazione, effimero e mutevole. Anzi, più si cerca di analizzarne la natura in termini di esattezza scientifica, più il risultato e freddo e cerebrale. Ma forse e giunto il tempo di infrangere la corazza di questo tipo di esattezza che non riesce mai a cogliere che un aspetto particolare della realtà, per ritornare a cogliere la verità del tutto come proprietà trascendentale dell’essere, che non costituisce una grandezza astratta, ma il legame vitale fra l’Assoluto e il mondo. La sola parola che la definisce Bellezza. Essa e forse l’ultima parola che l’intelletto pensante può osare di pronunciare cogliendo l’indissolubile rapporto del vero e del bene che e la sua stessa essenzialità». «Cosa e dunque l’essenziale in arte?». «L’essenziale e ciò che non viene dall’artista, ma attraverso l’artista». Si sente che non si ha bisogno di spiegazioni: si intende perfettamente che si potrebbe definire l’essenziale in mille modi: poco conta, poiché ciò che realmente conta e la totale disponibilità dell’artista perché attraverso lui la verità diventi arte. Cosi si esprimevano i cavernicoli sulle pareti delle grotte di Altamira, cosi i lama tibetani, gli anonimi pittori delle tombe della Valle dei Re, gli stregoni scultori delle maschere negre, ma anche i nostri Simone Martini, i nostri Lorenzetti, con un incanto magico che affascina sempre per una certa pura e forte barbarie che riflette la condizione della loro anima casta. «E forse alla scoperta di questo fascino che si deve la tendenza barbara presente nello sviluppo dell’arte occidentale del nostro secolo? E Lei considera la “scoperta” di questi neo-barbari del XX secolo un fatto positivo?».  «Se tale tendenza avesse potuto essere autentica, se l’uomo di oggi, e particolarmente l’artista, potesse essere ancora capace di “meravigliarsi”, se potesse ancora rivivere un’infanzia del cuore e dei sensi, si tratterebbe certamente di un’esperienza positiva. Purtroppo il nostro non è che uno pseudobarbarismo elaborato da raffinati intellettuali e perciò svuotato della sua forza creativa. I veri selvaggi sono infinitamente superiori a noi per la potenza della loro creatività. La creatività degli Europei, che in questo nostro tempo sembra ricca e feconda, ad uno sguardo senza preconcetti svela una mancanza spaventosa di profondità e di spiritualità, come pure una ignoranza inaccettabile di senso tecnico artistico. Oppure se confrontiamo le nostre creazioni semiotiche con quelle dei grandi calligrafi cinesi e dei maestri sufi della scrittura araba, non possiamo che constatare che i risultati da noi raggiunti sono di una sbiadita puerilità. Ma se un grande del nostro olimpo artistico parla con disprezzo e senso di compatimento della grande arte cinese, dobbiamo allora accoratamente ammettere che la nostra arroganza di europei, anche nel mondo dell’arte, è insopportabile. È ancora da ricordare che agli inizi del nostro secolo si affermava che l’impressionismo in pittura aveva trovato la sua fonte di ispirazione nelle xilografie giapponesi; oggi possiamo constatare che quella “ispirazione” si basava su un malinteso: non avevamo infatti capito il valore essenziale di quelle xilografie. Siamo ancora i grandi specialisti dei malintesi e li cristallizziamo in concetti fatti di parole stereotipe quali “informale”, “action painting”, “minimal art”, “pittura semiotica-. “pittura gestuale”, che vengono male usati, come è stato dei grandi malintesi -Zen-e “Yoga”». Ma l’ora si fa tarda e il sole ci sta dando il suo saluto con gli ultimi bagliori che si riflettono come una cascata d’oro sulle acque tranquille del lago e incendiano il profilo bruno e tagliente del Camoghè. Dopo un momento di sospensione, teso nello sforzo di concentrare le considerazioni che una dopo l’altra hanno composto il tessuto critico, ma affatto polemico, sull’arte del nostro tempo, Pericle racchiude brevemente in sintesi la situazione ufficiale in cui vive oggi l’arte occidentale, a cui non fanno certo difetto il dinamismo e l’efficienza propagandistica, ma a cui manca assolutamente l’umiltà, la profondità spirituale, una sensibilità artistica tale da non lasciarsi trarre in inganno, una dedizione totale dell’artista alla sua creazione. La natura di una simile affermazione lascia ampi spazi per meditare e nel saluto che ci scambiamo della buona sera, c’è già implicita la promessa di un nuovo incontro. È il terrazzo coperto tutto fiorito, che dà su un minuscolo raccolto giardino dove tutto è armonia di colori e di forme, — e guardarlo è una gioia per gli occhi — che accoglie il nostro discorrere di oggi vissuto come logica e naturale continuazione per completare il problema discusso nel nostro incontro precedente. Lo spirito critico e chiarificatore di Pericle non poteva certo sentirsi soddisfatto di essersi espresso sulla condizione dell’arte del nostro tempo senza averne individuate le cause. E al mio desiderio di risalire all’origine del suo stato di decadenza giunge fluida e senza interruzione di continuità la sua risposta: «È accaduto che gli artisti del nostro tempo hanno generalmente sostituito un pensare di superficie alla visione profonda; per giunta il gioco di una critica d’arte scientifica di moda e un commercio svolto esclusivamente a scopi lucrativi l’hanno trasformata in prodotto di consumo; né è da passare sotto silenzio l’azione affaccendata di numerosi gag-men per creare un’arte ufficiale vuota, senza spiritualità e mortalmente noiosa come fu l’arte accademica della fine del XIX secolo. Ma in profondità questa decadenza è già in corso da lungo tempo, da quando cioè si vanno spegnendo a poco a poco i valori spirituali nell’animo dell’uomo e diventano muti i suoi rapporti con le regioni che lo trascendono. La grande arte è, infatti, un riflesso delle regioni dello spirito illuminato o dello spirito intuitivo o, sia pure più raramente, di regioni ancora più alte; mentre l’artista è così ingenuo da credersi creatore delle sue opere. E poiché l’arte, per sua natura, rispecchia la disposizione spirituale dell’uomo ed è come uno strumento dotato di chiaroveggenza, essa ha sempre il presentimento degli accadimenti futuri. Guardando dunque alla decadenza di oggi con occhio attento non possiamo aspettarci che il peggio per un prossimo futuro». A dissipare il senso di drammatica profezia che lasciano queste ultime parole, Ursula, la dolce inseparabile compagna del pittore da quarant’anni, si rivolge al marito con parole che portano refrigerio: «Il nostro discorso non sarebbe completo, però, se tu non parlassi anche della tua profonda convinzione nell’attesa di un’epoca d’oro futura». «È vero», risponde Pericle con un sorriso che lo illumina; «anche se l’umanità dovrà passare attraverso una serie di catastrofi e di crisi non mai fino ad ora vissute, l’epoca d’oro dell’arte deve venire perché essa corrisponde alla necessità evolutiva che ha per fine di creare l’uomo nuovo che si attende da millenni. Va da sé che l’arte di questo uomo nuovo non possiamo che vagamente intuirla, quello che invece possiamo affermare con assoluta sicurezza è che esso avrà contatti con strati molto più alti di ispirazione. Al presente non possiamo che essere consci di trovarci su una nave che affonda; non possiamo dunque esitare a fare delle precise scelte come alternativa a quelle della cultura del nostro tempo che pretenderebbe risolvere tutti i problemi attraverso la filigrana di una visione materialistica del mondo. Verrà il momento in cui si dovrà comprendere l’impossibilità di porre limiti tanto esigui alla realtà, che è invece in sé così vasta; saranno quelli i tempi in cui l’arte ritroverà il suo ruolo come fattore spirituale per una forma più elevata di vita e tutta la preponderanza del suo peso sul piano sia educativo che sociale come testimoniano le civiltà più evolute di tutti i tempi e di tutti i popoli della terra».
Eugenia Cosentino

“Non sono riuscito a trovare tracce di questa splendida Eugenia Cosentino se non in questo libro che credo sia suo  ”

Andrea Biasca-Caroni

 

FOREWORD BY Hans Hess :

Writing about modern painting is very much like writing about the unknown with the added difficulty that the painting is there for all to see. Modern painting does not present either the visible world nor does it truly present itself. It presents a metaphor for reality and in its experience even a metaphor for itself. This definition places the work of art in a strange place, but it is the place where it alone lives and acts. It is one man’s work materialized in a moment of time and it summarises his knowledge and vision. But the vision of what ? As I have said of the unknown. The question now arises, does the unknown exist and can it be known ? In which process it would cease to be the unknown. It is just the assumption of this essay that the artist takes hold of and gives form to the hitherto unknown and in the constellation he creates, wrests something from the sum total of possibilities inherent in reality. A work of art is a creation and at the same time a metaphor, that is, a picture of something not itself. This new creation has been assembled from elements from two sources which may well be one; the mind of the creator and the un-explored possibilities of the universe, the totality of events, which abound around us and which have no forms until we give them forms. But these forms we give are our forms, our interpretations, our metaphors. Events by themselves have no form, or if they have their forms, these remain theirs and are unrecognisable to us because we do not think in the categories of events, but in the categories of our existence. A work of art, and here we come to the work of Luigi Pericle, is then an image, a figuration, a constellation of a per-ceived event somewhere else in time and space, and given its pictorial reality as a symbol of that personal and actual event.

The puzzled reader may now ask is such a picture true ? does it give a true account of some real situation to which we answer is that truth is exactly and only that which can be formed; by its definition it has become true, there is the absolute totality from which perception can gain and the mind form forms of truth. Does it then mean that we have to accept every manifestation of the human mind as true ? The answer is yes, if by truth we understand actuality. But a work of art lives in still another sphere, that of the spectator’s aesthetic responses. A picture is intended not only to convey information of a known or unknown reality, it is also intended to satisfy aesthetic sensibilities, it is intended to please, to heighten awareness and to approach the beautiful. Here, too, the answer to the question what is beautiful is the same we gave to the question of truth. Both are not eternal but temporal concepts. A work of art creates its own beauty in the same way as it has created its own truth. They are actually identical because the created work is of one piece and there is no line or shape or colour without either truth or beauty, they cannot be separated, a creation which works in conformity with its own laws and neither needs nor can fulfil other laws.

Pericle is not the first to have explored other spheres of reality. Paul Klee and similar artists of formal imagination have taught us to see behind everyday reality. The question of course arises are they ail, as for instance, scientists, working in the same fields pointing in the same direction, and are they collectively approaching a sphere of new objectivity (objective reality), or are they exploring a new subjectivity in which process they discover (create) new subjective reality, which by being materialised becomes objective reality ? The answer, I suggest, lies already in the question. Both artists and scien-tists discover our world, the world of forces and create their forms. They both create a style of interpretation and they have come very close together in the process, in that neither is anymore surprised by what he finds; all he has to do is to arrange it in a pattern which makes sense to the human senses. It is, then, the contention that a space probe which reaches the moon is of the same order of actuality as a space probe which reaches the world of the picture. In both cases we have to understand what we find.

What appears different is the category of communication. One follows mathematical laws which are communicable in a near absolute sense, the other follows non-mathematical laws which do not lend themselves to direct transmission (com-munication). It does not make them less valid, only less universally applicable. It is here that the difference between creative interpretation and interpretative creation erects its own dividing line between science and art.

As a painter, Pericle is concerned with a state of affairs beyond the visible, which he aims tg penetrate with his senses, not so much with his mind. The visions he puts down are not of his invention, but of his discovery. He himself says that he is concerned with light shining through darkness. It is this light which finds forms and colours in his paintings.

In his work there is one theme, but this theme is treated in varying forms; the pictures can be divided into groups in which one formal element predominates; when its possibilities are exhausted a new formal motif is developed until its history too is explored in the process of creating its history and a new line of approach is attempted.

In Pericle’s work his drawings in pure black and white of which many thousands exist play a great part. Here the artist clarifies formal relations to which eventually paintings relate themselves. We have omitted from this exhibition any drawings as they can only be judged historically, in their own history, that is, and their number is such that only a very large exhibition could do them justice.

We have been content with a selection of about fifty paintings and here a word might be said about Pericle’s method of painting. Pericle’s pictures differ from most modern paintings in the aims which are expressed in technique; thov are not spontaneous outbursts of a is work i personality s though Painted H carefully painted with speed and intensity. with layers of pigment, often as many as forty; the process of completion and growth takes many weeks. In techniquel Pericle is a master equal to the old Flemish painters whose jewel-like enamelled glazes he has studied and applied. There is a great richness in the very texture and matiere of his pictures, but this, laudable as it is, would not matter if the sum totai of harmonies, in fact, the picture as a unity, would not speak to us through its quality All this may help one to understand the creative process at work in a work of art, but one factor defies definition and that is that of the artist’s personality. The personal handwriting, the feeling for form and colour, the whole assembly and the way in which it is handled, felt and placed is that of the painter’s history and sensibility. Each work of art is at one and the same time unique and a link in the chain of the artist’s expression. But in Pericle’s work self-expression does not dominate; it is the objective statement which matters, expressed necessarily in a subjective form. No artist can help but express the world in his lines, but it is not the seif that matters in our artists’ case, but the facts he establishes. Personal handwriting dis-tinguishes the man-made. It is a necessity as much as a virtue. Here I think words should cease, it is not the duty of a writer to tell a spectator what to see; a writer can state what he has seen, what he knows and what he thinks, beyond that his words becomes pointless. The present writer, therefore, wishes to leave the spectator alone face to face with his reality, they will have to come to terms, in terms which are their’s alone.

 

Luigi Pericle Versuch einer Deutung
Ein hinter einer Tür verschlossenes Gartenwunder; ein breit hingelagertes stilles Haus; sanfte Terassen und Blumen zwischen den Steinen; alte Bäume… aber wie lange noch? Wird es Luigi Pericle und seiner Frau noch Jahre gehören, oder Monate oder Tage? Deutet nicht schon alles darauf hin, den Besitz wieder zu verlassen, einsamer zu werden, noch einsamer? Nicht mehr diese Grösse an Raum um sich zu haben, sondern die kontemplative Enge einer Einsiedelei, einen Meditationsbereich, — an Gartenland nur das Nötigste? Es kann sein, es kann nicht sein. In Fluss ist alles.
* * *
Die Ruhe im Haus ist vollständig. Ein sehr heller, weisser, fast kahler Empfangsraum mit einem Kamin dient zugleich der Ausstellung einiger ausgesuchter Bilder. Es sind fast immer die zuletzt gemalten, deren Wirkung sich erweisen muss. Manchmal wird ein Feuer im Kamin angezündet, man kann das Farbwunder der Flammen nicht genug betrachten, es ist ewig anders, es ist vollendet. Ist ein Gast zugegen, wird ihm auf einem kleinen Tablett eine winzige Tasse Espresso gereicht; auch der Espresso ist vollendet. Assoziationen steigen auf: das Kre-denzen einer Schale Tee in Japan. Und doch ist das Ganze sehr italienisch. Luigi Pericle ist 1916 geboren, italienischer Staatsangehöriger, der Vater italienischer, die Mutter französischer Herkunft. Wenn er vom Vater erzählt, beschwört er die hohe schlanke Gestalt eines Patriziers herauf, dessen Kopf, eine bronzene Münze, den Ge-danken an materielle Armut auszuschliessen scheint. Und doch war er arm. Pericle muss den Vater sehr geliebt haben. Sein Tod riss ihn in jahrelange Trauer, aus der ihn schliesslich das Aufdämmern höherer Erkenntnis rettete. Er selbst, der Sohn, scheint ihm an Wuchs und Noblesse ähnlich. Auch er erlebte äusserste Not, lernte Armut als Hoheschule des Menschlichen kennen und wird nicht vergessen, dass es arme Leute waren, die das letzte Stück Brot mit ihm teilten. Wahr-scheinlich stammen aus den Jahren der Not bereits malerische und zeichnerische Werke, auch Portraitstudien, deren Besitz der Nachwelt wertvoll wäre. Es ist über sie nichts auszusagen, er vernichtete sein Frühwerk in den Mannesjahren.
Kaum nötig zu erwähnen, dass er schon als Kind zeichnete. Von den Meistern der Frühzeit lernte er das Geheimnis der Farbmischungen, derer er sich heute noch bedient.

über die fast Er verwendet für seine Malerei keine Ölfarbe. Doch habe ich nicht den Auftrag, seine Malkunst zu berichten; was mir obliegt, ist der Versuch, in die Atmosphäre einzudringen, in die Pericle und seine Frau Nini getaucht sind. Man kann nicht über Pericle schreiben, ohne nicht auch «Nini» zu nennen, ebenso hochgewachsen wie er, doch von viel stillerem, verhaltenen Wesen ist. Indem si an allem teilnimmt, was ihn bewegt, ist sie sein zartgedunkeltes Nebenbild. Er, Luigie Pericle, ist von hinreissender Beweglichkeit und Geistigkeit; es ist eine strahlende’ Hell um ihn, die auf Nini übergreift, sodass auch sie leuchtet. Aber da ist noch die Helligkeiet ihrer eigenen Güte.
-k *
Pericle ist in Basel zur Schule gegangen. Er wird später in deutscher Sprache auch Bücher schreiben, Kurzprosa, Aphorismen. Neben viel Humor sind es Lehrmethoden zum geistigen Leben. In einer besonderen Stunde sagt er: «Ich bin ein Glückspilz. Ich habe nicht nur meine Lebensgefährtin gefunden, nicht nur ein Haus, nicht nur Freunde und meinen grossen Mäzen, sondern auch den Lehrer, den Meister, den ich für meinen inneren Weg über alle Religionsgemeinschaften hinweg gesucht habe. Er hat mich “das göttliche Licht” erkennen lassen, das über den Glaubensrichtungen ist». Im gleichen Augenblick mit der Erkenntnis war Pericles Standort in der Kunst gesichert.
Seine Arbeitsweise dehnt sich über viele Tagesstunden bis zur Erschöpfung aus, sie droht ihn auszuzehren, er muss mit seiner Kraft haushalten. Es ist zu fragen, was ihn in dem erregenden Augenblick bewegt, in dem er vor der noch leeren Leinwand zum ersten Pinselstrich ansetzt. Das Sujet, das er malen wird, ist ihm noch nicht bekannt. Er teilt dies Nichtwissen mit anderen Malern von Rang. Eigen ist indessen sein rasches Suchen nach dem verborgenen Auftrag, nur zu erklären aus jener nun ganz bewussten Bindung an den Ewigkeitsgedanken, an das “göttliche Licht”, als dessen Mittler und Vermittler er sich empfinden muss. Er gerät in einen Zustand begeisterten Horchens, Hinhorchens und Gehorchens. Schlägt man im alten Buch der Propheten nach, so liesse sich eine Analogie finden: Nichtwissen, Anruf, Hören, Gehorchen. Einmal nennt er sich selbst einen “Altgeborenen” und belegt diese Überzeugung mit handfesten Beispielen. Also erkennt er sich als einen “Wiedergebo-renen” nach mehrfachem zeitlichem Tod, wie auch Goethe an “tausend Wiedergebur-ten” glaubte, ja, sie für die fortschreitende Reifung und Klärung des Geistes für uner-lässlich hielt. Überlässt sich der Maler somit höherer Führung? Verspürt Auft zur entzückten Hingabe an das Bild, das er nun Strich um Strich er den festhält, bisr a aus g bis vielen hauchfein übereinandergelagerten Farbschichten endlich die Form kenntlich wird?

selbstverständlich entzündet sich bei der Arbeit seine Könnerschaft. Jetzt tritt neben den Propheten der Künstler auf den Plan, der um das vollendet Handwerkliche weiss. Danach ist ein Vieldeutiges entstanden, das er selbst erst ergründen muss, zum Beispiel das mit alten Eisenspangen geklammerte Holz, dessen Jahre sichtbar in die Vergan-genheit reichen; oder eine in goldorangenen Tönen aufleuchtende Geometrie, die viel-leicht einen Dom aus Licht darstellt, ein himmlisches Jerusalem; oder uralte Quader-steine, wer weiss aus welchem Tempelbau; oder ein aus düsterem Grund aufschim-merndes Kreuz, dem Heiligen Juan de la Cruz geweiht. Der Beispiele liessen sich viele nennen. Allein Pericles Grafiken zählen nach Tausenden.
* * *
Um die kühn aufs Blatt geworfene Grafik begreiflich zu machen, erinnere man sich an die gewaltig-selige Experimentierlust J.S. Bachs, der aus der einmal erkannten nie-en-denden Möglichkeit eines Tones immer neue Klanggebäude ableitete, nicht intellektuell komponierte, sondern “reine” Musik. Pericle erlebt eine ähnliche Freude an der gleichfalls nie-endenden Fortführungsmöglichkeit einer Linie. Grüblerische Hingabe am Spiel mit Möglichkeiten, genial gesteigert. Was seine Gemälde betrifft, so baut Pericle sie in deutlich aufeinander abgestimmten “Familien” oder Ringen auf. Aus dem einmal erkannten Thema ertastet er solange alle Abwandlungen, bis es nach Meinung dieses Malers ausgeschöpft ist. Danach wird er nie mehr zur selben “Familie” zurückkehren. «Auf Bestellung» wird und kann er nicht malen; er kennt nicht die Kopie. Er kennt die Schöpfung.
* * *
Zwischen 1959 und 1964 entdecken Kunstkenner Pericles Arbeiten. Ein Sammler von internationalem Rang ermöglicht ihm durch Ankauf vieler Bilder ein Arbeiten auf breiterer Basis. Der Gründer des York Festivals, Hans Hess, macht das Werk in England bekannt. Pericle erlebt in seinem sechsundvierzigsten Jahr die erste Ausstellung seiner Arbeit in einer der grössten Galerien Londons. Die Ausstellung wird zu einem durchschlagenden Erfolg: alle ausgestellten Bilder werden verkauft. Einer der grössten englischen Kunstförderer, Sir Herbert Read, entbrennt für Pericles Oeuvre und erklärt, sich voll dafür einsetzen zu wollen. Er stirbt, ehe er Pericle zum weltweiten Durchbruch verhelfen kann. Da ist es wieder Hans Hess, der das ARTS COUNCIL der Britischen Regierung veran-lasst, 55 Gemälde des Künstlers durch die Museen von sieben englischen Städten zu schicken. Auch diese Bilderreise wird zum vollen Erfolg. Da — anstatt den Triumph auszukosten und auszuweiten, — zieht Pericle sich in sein Refugium nach Ascona am Lago Maggiore zurück, in das Haus, das er noch heute bewohnt, in eine Landschaft voll herber Lieblichkeit.
* * *
Er ist der Stille der totalen Abschliessung bedürftig, um den Erfolg, der sich so strahlend bot, in bescheidene Einkehr umzuarbeiten. Er lernt, das Glück des Ruhms in Heiterkeit zu verwandeln. Er arbeitet, verschenkt sich ganz an den inneren Aufruf. Es entsteht weiter Bild auf Bild. Die Kunst beschenkt ihn mit der Glückseligkeit des Entdeckens, der Schöpferfreude, der Bewusstseinserweiterung und der Berührung mit dem Herkunftsort aller Schöpfungen, den er “das göttliche Licht” nennt. Nach seiner eigentlichen Heimat befragt, antwortet er ohne zu zögern: «Die Ewigkeit ist meine Heimat». Trächtig von weither gebrachtem Wissen, streift er gleich der honigtragenden Biene die Süsse seiner Last auf seine Leinwand ab, Kunstwerk auf Kunstwerk häufend, immer voll neuer Schaffensglut. An den Wänden des Ausstellungsraums leuchtet es von symbol-trächtigen Bildern. Wie soll man seine Kunst bezeichnen? Einige Betrachter meinen, es handle sich um abstrakte Kunst. Doch wohl nicht; denn was er malt, ist trotz der verschlüsselten Form erkennbar, verstehbar, dringt ins Bewusstsein, tröstet, wärmt. Vielleicht ist spürbar, was dieser Maler der Vergeistigung der Materie malt: Liebe.
J.M.

 

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Source : https://www.zvab.com/servlet/SearchResults?an=Pericle&tn=Dipinti+e+disegni&cm_sp=mbc-_-SRP-_-all

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