Biografia di Luigi Pericle Giovannetti

 

Biografia di Luigi Pericle Giovannetti

Luigi Pericle Giovannetti nasce a Basilea il 22 giugno del 1916: il padre, Pietro Giovannetti, era originario di Monterubbiano – un piccolo paese delle Marche – e la madre, Eugenie Rosé, aveva origini francesi.

Si avvicina giovanissimo al mondo dell’arte e alla pittura, ricevendo la prima commissione per un dipinto a soli dodici anni e iniziando a frequentare la scuola d’arte a sedici, dopo avere abbandonato gli studi nel 1930. L’anno seguente, tuttavia, lascia l’istituto artistico, deluso dalle discipline studiate e in disaccordo con i metodi di insegnamento utilizzati.

Durante la giovinezza si avvicina progressivamente alle filosofie del passato e dell’estremo Oriente, divenendo un perfetto conoscitore della filosofia Zen, di quella cinese e giapponese, così come di quelle legate all’Antico Egitto e all’Antica Grecia.

Tutte queste influenze, così differenti e allo steso tempo accomunate dalla tensione verso la ricerca di trascendenza e profondità interiore, costituiscono per Pericle un vero e proprio punto di riferimento artistico, spirituale e letterario e lo accompagneranno nel corso di tutto il suo percorso esistenziale.

 

Nel 1947 sposa la grigionese Orsolina Klainguti, soprannominata affettuosamente Nini, anch’essa pittrice; i due rimarranno compagni inseparabili, nella vita e nell’arte, sino alla morte della donna, quattro anni prima di quella del pittore.

Dagli anni Cinquanta, Pericle e la moglie si trasferiscono ad Ascona: il piccolo borgo a partire dagli anni Venti continuava ad ospitare artisti di fama internazionale e rimaneva un fervente centro culturale. L’artista sceglie dunque tale luogo per risentire delle influenze del clima mistico legato a Monte Verità e allo stesso tempo immergersi nella natura e nella tranquillità, caratteristiche che egli aveva sempre prediletto e ricercato.

 

Uomo poliedrico e dai mille interessi, sempre intento a studiare ed accrescere la propria smisurata cultura, Pericle sfugge alle classificazioni e si rivela capace di essere un artista  professionista tanto quanto un fumettista di talento: nel 1951, infatti, crea Max, la marmotta protagonista dell’omonimo fumetto senza testo, destinata a divenire un volto noto non solo in Europa, ma anche negli Stati Uniti e in Giappone. Con il suo lavoro di illustratore, Pericle acquista fama internazionale e i suoi lavori vengono pubblicati dal famoso editore Macmillan di New York – intrattenendo una fitta corrispondenza con l’editore Al Hart – e su quotidiani e periodici come il Washington Post, l’Herald Tribune o la rivista Punch.

Luigi Pericle decide inoltre di tenere separate le sue due professioni e di firmare i propri fumetti con il cognome Giovannetti, invece che Pericle: un’operazione, questa, che lascia trapelare la volontà di scindere le due facce della propria produzione artistica, permettendo all’artista di essere conosciuto come tale e di non essere associato automaticamente al volto – ai tempi più noto – del fumettista.

 

Nel 1958, all’età di quarantadue anni, Pericle distrugge quasi tutte le opere figurative in suo possesso (ne rimane oggi solo un esemplare) e dà inizio ad una nuova fase della sua produzione creativa, passando all’astrattismo informale e a tecniche di lavorazione particolari, che ne contraddistinguono l’opera e la rendono il prodotto di un’instancabile ricerca e sperimentazione.

Nel 1959 la sua pittura inizia ad essere apprezzata tanto da suscitare l’interesse di Peter G. Staechelin, noto collezionista di Basilea e proprietario di opere di Picasso, Monet, Renoir, Gaugin e Matisse. Inizia così tra i due una fervida collaborazione, che porterà alla produzione di numerose opere e all’acquisizione di molte di esse da parte del noto mecenate. Pericle definisce Peter Staechelin un “virtuoso del vedere”, capace di comprendere la propria opera e di “leggerne i segni più difficili”[1]. I due, infatti, creano e lavorano insieme, ispirati l’uno dall’altro; mentre l’artista dipinge e graffia la tela, aprendo spiragli di colore nelle macchie buie dello sfondo, Staechelin osserva e diviene – a detta di Pericle stesso – suo “emulo spirituale e co-creatore”[2].

Intorno al 1959, in cambio delle numerose opere acquisite, il collezionista dona all’artista la Casa San Tomaso ad Ascona (chiamata così dall’artista stesso, profondamente legato a San Tommaso d’Aquino), nella quale i coniugi Giovannetti risiederanno fino alla morte.

Negli anni Trenta tale edificio – allora detto Casa Halla – era appartenuto alla pittrice e collezionista Nell Walden, ex moglie di Herwarth Walden, noto intellettuale e promotore di alcuni dei movimenti avanguardistici più importanti del Ventesimo secolo. Le mura della casa, dunque, erano già imbevute e trasudanti energia creativa prima dell’arrivo di Pericle.

Per acquistare tale immobile e donarlo all’amico, inoltre, Peter Staechelin si priva di alcuni disegni di Schiele e Klimt vendendoli al Museo Leopold di Vienna, dove sono tuttora conservati.

 

Gli anni dal 1958 al 1965 vengono definiti da Pericle stesso, gli anni del “cambiamento radicale”[3]: un periodo di inarrestabile energia creativa ed entusiasmo, durante il quale l’artista realizza le sue prime e più importanti esposizioni.

Nel 1962, infatti, egli viene a contatto con Martin Summers, gallerista e curatore presso la Arthur Tooth & Sons Gallery di Londra, nella quale tra il 1962 e il 1965 Pericle terrà ben quattro mostre: due personali, nel 1962 e 1965, e due collettive – Contrast in Taste II e Colour, Form and Texture – entrambe nel 1964, nelle quali esporrà assieme ad opere di Karel Appel, Jean Dubuffet e Pablo Picasso. Durante le personali, in particolare, Pericle riesce a vendere molte delle sue opere a collezionisti noti ed importanti, come Lady Tate e il parlamentare Sir Basil de Ferranti.

Tra Martin Summers e Pericle nasce un profondo legame di amicizia e ammirazione, documentato da una fitta corrispondenza: tra il 1961 e il 1965 i due si scambiano numerose lettere – che il gallerista inglese indirizza affettuosamente a “Niniperi”, unendo i nomi dei coniugi Pericle – molte delle quali documentano anche la più che positiva situazione delle vendite alla Tooth Gallery durante le esposizioni.

Nel 1963 alcune delle sue opere vengono esposte anche ad Ascona nella galleria Castelnuovo; inoltre, in Inghilterra Pericle conosce Hans Hess, curatore alla York Art Gallery, il quale nel 1965 organizza per lui una mostra personale itinerante in alcuni musei nazionali. Composta da cinquanta opere, l’esposizione avrà luogo da marzo e settembre e si dislocherà tra York, Newcastle, Hull, Bristol, Cardiff e Leicester.

Il gennaio dello stesso anno, Sir Herbert Read – critico d’arte, cofondatore dell’Institute of Contemporary Art di Londra e consulente di Peggy Guggenheim – fa visita all’atelier di Pericle ad Ascona e rimane profondamente colpito dalle sue opere: egli definisce Pericle un artista professionista, capace di tecniche complesse e ricercate. Secondo Read, Pericle tende alla “ricerca della bellezza assoluta”[4] attraverso l’espressione astratta, la forma pura e metafisica, capace di restituire e comunicare, grazie all’armonia di linee e colore, “l’essenza profonda” delle cose e la loro condizione spirituale[5].

 

Dopo tale breve periodo di successo e successivamente alla morte di Hans Hess (nel 1975) e di Peter Staechelin (nel 1977), Luigi Pericle sceglie – malgrado le insistenti richieste di nuove opere da parte di Martin Summers – di abbandonare il mondo dell’arte, delle mostre, dei vernissages e della mondanità per dedicarsi alla propria arte soltanto.

Libero da qualsiasi vincolo e committenza, immerso nella tranquillità della propria casa ad Ascona, dagli anni sessanta fino agli anni ottanta egli realizza una serie sterminata di pitture su tela e masonite, chine e disegni, in un raptus creativo e mistico che non lo abbandonerà sino all’ultimo ventennio della sua vita.

È un periodo caratterizzato dall’isolamento, ma allo stesso tempo da una ricchissima produttività, non solo artistica, ma anche in campo letterario, astrologico e filosofico: assieme alle opere meticolosamente conservate, infatti, sono riposti ed archiviati oroscopi, scritti di ufologia, interi quaderni fittamente riempiti di citazioni e ideogrammi giapponesi, simboli astronomici e combinazioni omeopatiche.

In questi anni, inoltre, prende vita il catalogo dedicato all’artista e pubblicato nel 1977 da De Agostini[6]: tale progetto era stato avviato in collaborazione con Peter Staechelin, ma dopo la sua morte viene portato avanti e concluso insieme al figlio Ruedi. Nello stesso periodo Luigi Pericle riscuote successo grazie al fumetto Max, ancora richiesto ed acclamato persino a New York e in Giappone.

Durante il proprio isolamento volontario quasi ascetico, gli interessi di Pericle si rivelano sempre più vasti e diversificati, tanto da pensare ad una concezione di arte più estesa ed onnicomprensiva: quasi come se i simboli, i grafi, i graffi, le linee sinuose e quelle spigolose del suo tratto non siano altro che la stessa manifestazione della tensione verso la bellezza, non solo estetica e visiva, ma anche interiore e conoscitiva.

 

Dal 1980 in poi, tuttavia, Luigi Pericle cessa di dipingere e si ritira a vita privata, schivando qualsiasi tipo di intervista o risonanza: la tensione verso la clausura e l’astrazione dai beni materiali divengono tali da vendere la Ferrari tanto amata dall’artista (che in passato aveva addirittura posseduto quella di Roberto Rossellini, condividendo la passione per le macchine da corsa con Peter Staechelin) e da abolire qualsiasi tipo di spesa superflua o occasione mondana.

L’abbandono della pittura non significa tuttavia inattività o stasi produttiva: la sete di conoscenza e la voracità creativa di Pericle si orientano verso l’approfondimento delle discipline a lui più care e alla scrittura di Bis Ans Ende Der Zeiten (Fino alla fine dei tempi), un denso romanzo autobiografico e visionario, concluso nel 1994. In esso Pericle narra le proprie vite precedenti e la propria formazione artistica e spirituale; ne verrà pubblicato un solo capitolo, con il nome di Amduat.

 

Nel 1997 muore la moglie Ursula, a cui Pericle sopravvivrà sino al 2001. La casa dell’artista, rimasta abbandonata per ben sedici anni, rivela oggi il meticoloso e sistematico lavoro di vent’anni di intensa attività creativa: una serie smisurata di opere grafiche e pittoriche, frutto della sterminata cultura e della sete di conoscenza dell’artista.

[1] Luigi Pericle in Hans-Joachim Müller, NAFEA. The Rudolf Staechelin Collection Basel, Basel, Wiese Verlag AG Basel, 1991. P. 50.

[2] Ivi. P. 51.

[3] Pericle stesso, nella propria autobiografia sintetica, definisce tale periodo “Jahre des Umbruchs”.

[4] Herbert Read su Luigi Pericle, 1965 in Luigi Pericle, dipinti e disegni, Roma, De Agostini, 1977.

[5] Ibidem.

[6] Luigi Pericle, dipinti e disegni, Roma, De Agostini, 1977.

 

http://www.luigipericle.com

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